La memoria è infinita? Archivi e fotografia nell’era digitale

Pino Musi. Dentro l’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo, 2019 © Pino Musi
Ordinare e classificare il caos che ci circonda è all’origine della conoscenza del mondo. Ma l’archivio è anche gestione della memoria e di conseguenza uno strumento del potere. Da Platone agli Illuministi la sistemazione del sapere si è evoluta, dall’ordine divino del cosmo alla razionalità laica e democratica. Fino alla rivoluzione digitale che ha sconvolto l’archiviazione dei dati. E oggi la parola d’ordine del sistema conoscitivo è condivisione.

È una umana e implacabile curiosità quella che spinge a conoscere la destinazione delle cose: così una leggenda irlandese ci svela che l’arcobaleno termina in una pentola d’oro. E Il giovane Holden del romanzo di Salinger si chiede ossessivamente dove vadano d’inverno le anatre del Central Park. Ma dove finiscono le fotografie? Nei musei, nelle collezioni, negli archivi, nei depositi dei giornali, nei cassetti delle case, nelle discariche, negli hard disk dei server? Oggi che il digitale ha smaterializzato le immagini e ne ha assolto le esigenze cartacee, la domanda sembrerebbe avere significati diversi. Tuttavia anche i server occupano spazio, e ne sa qualcosa la società di Zuckerberg, grande guru di Facebook, che, quando nel 2013 ha acquisito Instagram, ha dovuto per prima cosa risolvere il problema di dove stivare, letteralmente, miliardi e miliardi di files, e di come conservarli e renderli fruibili pe la loro condivisione. Condivido, quindi esisto, suggerirebbe oggi l’ennesima declinazione del detto cartesiano.

Share è infatti la parola d’ordine della cultura digitale. I social network e internet smistano milioni di immagini al giorno, e conservare dunque non è più sufficiente: oggi è fondamentale rendere disponibile un immenso numero di files iconici in tempo reale, ma l’accesso ubiquo e contemporaneo di questa massa infinita di dati richiede soluzioni innovative e inimmaginabili fino a pochi decenni fa.

In questi anni, molti hanno imparato a proprie spese che il sogno di un’archiviazione digitale eterna è una illusione crudele. I supporti tecnologici virtuali sono effimeri e fragili. Risentono dell’usura e invecchiano precocemente. La frustrazione di un cd diventato illeggibile per un graffio, di una chiavetta USB non riconosciuta per un bit corrotto, è un’esperienza ben nota agli utenti digitali. Ma la realtà più angosciante è la velocità con cui la tecnologia, come il Kronos della mitologia che divora i propri figli, fagocita sé stessa, costringendo a migrazioni sempre più frequenti di dati da un sistema all’altro per decodificare e criptare i codici numerici che costituiscono la sostanza, ovvero la realtà ontologica ultima di una fotografia digitale.

Questo è il prezzo dell’onnipotenza virtuale, della sua immediatezza, della sua accessibilità planetaria. 

Ma da dove viene questa ossessione moderna per immagazzinare ogni cosa, ogni conoscenza, ogni esperienza? Le radici di questa pulsione e dell’urgenza di archiviare sono sicuramente nella necessità di organizzare la realtà: ordine e disordine, ricordo e oblio appartengono da sempre alla cultura umana. Ma una storica dell’arte, Cristina Baldacci, che ha analizzato in profondità il fenomeno nell’arte contemporanea, parte proprio da questa domanda: “perché l’archivio” per andare oltre. Nel suo ampio saggio Archivi impossibili, spiega che “L’archivio è di fatto ancora, e prima di tutto, un organo di potere. Ed è stato cosi fin dalle sue origini, quando coincideva con la residenza dei magistrati romani”. Dunque, citando la studiosa Aleida Assmann definisce così la questione: “Prima dell’archivio come memoria storica, esiste l’archivio come memoria del potere, perché controllare gli archivi è controllare la memoria”.

Entrambi questi aspetti riconducono ad una condizione di necessità ed esigono la ricerca di uno strumento epistemologico che li soddisfi. La storia si perde nel descriverci secoli di tentativi per catalogare e classificare i saperi e il mondo intero, dai filosofi greci ai grandi eruditi medievali fino ai più noti enciclopedisti dell’illuminismo francese. Platone, Tommaso d’Aquino e Diderot, ognuno con i propri metodi, al tempo stesso innovatori ma adeguati ai loro tempi, hanno inseguito un medesimo sogno di organizzare la conoscenza e di renderla facilmente consultabile. Anche attraverso espedienti che oggi sembrano intuitivi e logici, come l’utilizzo dell’ordine alfabetico, ma che in realtà ha segnato solo in tempi relativamente recenti, grazie soprattutto a Diderot, il fondamentale passaggio da una classificazione armonica che rispondeva all’ordine divino del cosmo, e quindi di natura gerarchica, ad una più moderna struttura di concezione laica e democratica. Intellettuali e studiosi si sono confrontati fino ad oggi con la natura profonda dell’archivio, interpretandone le diverse prospettive teoriche, da Walter Benjamin ad Andre Malraux, con il suo Museo immaginario, da Michel Foucault al Mal d’archivio di Jacques Derrida, che hanno entrambi riattualizzato la stretta connessione della memoria con il potere.

Oggi più che mai, dunque, il tema dell’archivio è estremamente attuale e complesso, da sempre e per sua natura coinvolge un’infinità di questioni storico-etico-filosofiche che si innestano nella psicologia come nella politica, come s’è già accennato. Questioni che peraltro la trasformazione virtuale e digitale della realtà ha reso ulteriormente più intricate. 

A monte di ogni ricerca tassonomica si cela un’insidia sottile che tende a sovrascrivere la legittima esigenza di orientarsi, di ricondurre il caos all’ordine. Come ammonisce Jorge Luis Borges, ogni classificazione risponde a criteri soggettivi ed arbitrari. Quand’anche miri con ogni mezzo alla perfezione, essa sarà sempre afflitta dal peccato originale della non conoscibilità dell’universo, e risponderà sempre e comunque ad una scelta, cioè alla decisione di cosa affidare alla cassaforte della memoria, che sia essa privata o collettiva, e con quali strumenti e metodi farlo. Nota ancora Cristina Baldacci nella sua analisi, che innanzitutto l’incertezza di una catalogazione subisce due forze contrarie: “Sussistono (nell’archivio [N.d.r.]) due impulsi antitetici: il distruggere (oblio) e il preservare (ricordo)”. La gestione più o meno oculata di queste due forze opposte è un evidente strumento di potere per orientare il flusso dei dati da consegnare alla storia. A ciò si aggiunge che autenticità e veridicità delle fonti e dei documenti si rivelano ulteriori e cruciali parametri su cui misurare e valutare la credibilità e dunque l’affidabilità di un archivio. Ed è quasi superfluo ricordare quanto la fotografia sia stata oggetto di dissezione teorica al riguardo, perché è altrettanto evidente come la sua potenza descrittiva l’abbia di fatto eletta da subito come il tramite potenzialmente più idoneo alla trasmissione della memoria. Ma la sua natura ambigua, discussa e mai definitivamente risolta, rispetto all’essere segno o impronta, ovvero documento evidente piuttosto che rappresentazione simbolica al pari della pittura, ha in realtà reso ancora più complicato stabilire, senza che emergessero motivati sospetti, l’adeguatezza dell’affidare la conservazione di una memoria culturale esclusivamente ad un archivio fotografico. Ovviamente, a meno che non si tratti di classificare e di conservare le fotografie stesse. Ma persino in quel caso, bisognerebbe precisare, l’innata tentazione di appellarsi ad una qualche forma di censura o di autocensura, ovvero di applicare una selezione affidandosi ad interessi particolari o a criteri non propriamente trasparenti potrebbe confondere le idee.

Infine, a rendere ancora più articolato e complicato il panorama contemporaneo del sistema archivio è intervenuta, da alcuni decenni e con una forza inarrestabile e irreversibile, la rivoluzione digitale. La tecnologia numerica ha sparigliato le carte, spazzando secoli di tradizioni nell’archiviazione dei dati, risolvendo in parte alcuni problemi tecnici secolari in termini di rapidità e di facilità d’accesso, ma regalando tanto agli addetti ai lavori quanto alla gente comune che viene sollecitata dalla globalizzazione a voler catalogare e conservare tutto, altri ostacoli altrettanto delicati, relativi soprattutto alla possibile obsolescenza programmata dei dati. 

Dal punto di vista teorico, Internet e il web hanno compiuto un’irruzione prepotente e assoluta nell’universo dell’archiviazione dettando nuove regole alla pratica della catalogazione e della condivisione del reale. 

Google è l’esempio più evidente di come alla radice del suo sistema informativo-conoscitivo risieda un’utopia che viene da lontano, e che sembra rimandare alla compilazione di enciclopedie fantastiche, frutto dell’immaginazione letteraria più che di una rigorosa ricerca scientifica. In realtà, come è ben noto, l’algoritmo che consente al motore di ricerca più diffuso dell’occidente prestazioni magiche poggia su solide fondamenta matematiche, ed appartiene ad una generazione di persone che ha rifiutato vecchi modelli di acquisizione del mondo, ritenendoli inadeguati all’evoluzione del pianeta, per sostituirli con nuovi sguardi sulla realtà e con diverse modalità adatte a mettere ordine nel caos sempre maggiore della conoscenza. Questa radicale mutazione di prospettiva ha chiaramente destabilizzato la sostanziale solidità di fondo su cui per secoli si era sviluppata la pur vivace dialettica intorno al tema dell’archivio. A tal punto che ancora Aleida Assmann, autrice del saggio Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale si chiede “[…] se la scrittura digitale sia ancora un mediatore della memoria oppure se sia più opportuno considerarla un mediatore dell’oblio”. Se da un lato sussiste quindi il timore fondato che i motori di ricerca sul web erodano la profondità della memoria, annullandola in una sorta di lista effimera ad personam, per altri versi è pur vero che solo un sistema classificatorio di questo genere può dimostrarsi capace di gestire il flusso inarrestabile delle informazioni virtuali senza venirne travolto. Paradossalmente, la novità della ricerca tassonomica digitale è proprio nella presunzione di essere esaustivi, di raccogliere e di classificare tutto, di superare il limite umano per condurre l’archivio in una dimensione virtuale. Alessandro Baricco nel suo libro Game descrive così la genesi di questa rivoluzione: “[…] (Brin e Page, fondatori di Google [N.d.r.]) inaugurarono un modo di pensare cha sarà poi comune a tutti gli organismi nati dall’insurrezione digitale: considerare il TUTTO una misura ragionevole, un sensato campo da gioco, anzi l’unico campo da gioco su cui valesse la pena di giocare”. Scelta che di lì a poco avrebbe condiviso anche Amazon, proponendo di poter procurare tutti i libri del mondo. E così via. Il TUTTO diventa una sfida al pessimismo conoscitivo di Borges, è il tentativo di realizzare un sogno in una prospettiva totalmente pragmatica. E non è un caso che tutto questo avvenga negli Stati Uniti. Un TUTTO così pragmatico da decidere di affidarlo ad una equazione matematica.

Con conseguenze culturali e mentali, prosegue Baricco, enormi. La prima delle quali è l’eliminazione dell’infinito, pilastro fondamentale della nostra logica tradizionale. Se il mio catalogo è un tutto finito, conosciuto e accessibile, l’infinito allora non ha più senso. 

Il rovescio della medaglia è presto detto: il TUTTO è merce, perché il TUTTO, da grandezza ipotetica è divenuta quantità misurabile e possedibile, ed è una quantità presente sul mercato. Ed è merce deperibile, perché i supporti mediali dei dati classificati sono al momento, come si è già detto, poco duraturi e richiedono continui aggiornamenti alle nuove tecnologie digitali.  Ma il finale della sfida non è ancora apparso all’orizzonte.