Performance, arte e vita. L'arte come impegno politico e sociale oltre l'Occidente

Anida Yoeu Ali (Cambogia), The Buddhist Bug, Into the Night, 2015

La storia della performance art che ha interessato tutto il Novecento è costellata di azioni che sono cerimonie, riti di offerta di se stessi da parte degli artisti in termini sacrificali. L’artista si fa tramite tra l’uomo e l’universo, tra il proprio corpo e il mondo, tra il mondo e Dio. Come nel caso di fondatori di religioni o di sette o di partiti l’artista deve pagare con la propria vita il passaggio a un carisma assoluto perché scopre col suo gesto verità profonde. Oggi, in diverse parti del mondo, gli artisti, vivendo in situazioni difficili, intendono il loro lavoro come impegno politico sociale. In Cambogia dove convivono buddismo e islamismo, in Indonesia dove è forte il contrasto tra induismo e islamismo, in Malesia come in India come in Russia, nella ex Iugoslavia come in Marocco, e in molte altre Nazioni del mondo. Estremamente vivace è la scena performativa in questi Paesi perché la performance è la vita che si fa arte e viceversa.

Marocco. “Il mio lavoro è intimamente legato alla mia vita”, dice Fatima Mazmouz “Il corpo parla con mezzi propri e le sue parole io le traduco in progetti d’arte che valicano la mia esperienza per raggiungere l’universale”. Lei è fotografa e artista di origine marocchina, le sue fotografie ribaltano la solita visione della donna incinta come icona di dolcezza, intimità, amore, proponendo invece una donna con stivali di pelle, biancheria intima, un mantello nero e cappuccio, insomma una immagine di forza, di perversione, di eversione. C'è il pancione della futura madre ma è esibito proprio per ridefinirne l’identità. La femminilità viene distorta. L'artista che ha usato la propria gravidanza quale opera d’arte. “Il corpo è uno strumento meraviglioso”, sostiene la Mazmouz. Mostrare e usare il suo corpo è per lei un atto politico e civico, “soprattutto nelle società dove appartenere a un sistema collettivo non consente di godere del proprio corpo, bloccato prevalentemente in considerazioni di ordine religioso”.  Marocchina e berbera, cresciuta in Francia, la Mazmouz rivendica le proprie identità multiple: “Per i miei genitori, ero troppo occidentale. Per gli altri, troppo orientale”.

Cambogia. Phnom Penh rappresenta l'unico esempio in tempi moderni di una città svuotata dei suoi abitanti con la forza e rimasta abbandonata per quasi quattro anni. Dopo il 1979, quando quasi il 90% degli artisti e intellettuali era scomparso, la rinascita di Phnom Penh ha ispirato molti artisti cambogiani che hanno sviluppato un nuovo approccio in più campi (video, performance, fotografia, scultura...) anche attraverso il sostegno dell'Istituto Francese della Cambogia. Anida Yoeu Ali, nata in una famiglia della minoranza musulmana, al tempo duramente perseguitata dalla dittatura, è cresciuta a Chicago, negli Stati Uniti. Si è trasferita ed è tornata a vivere in patria solo nel 2011: e a Phnom Penh ha trovato l’ispirazione per Buddhist Bug, un particolare costume arancione, il colore delle tuniche dei monaci, con la testa coperta dalla hijab secondo la tradizione musulmana che la fa sembrare un enorme bruco, una apparizione divina, o comunque una creatura di un altro mondo, tra la gente comune in momenti ordinari. Anida ha creato una serie di performance site-specific, inserendo il Bug in paesaggi urbani e rurali, con conseguente scenari divertenti e surreali.

La Malesia, paese ricco di culture (malese, cinese, indiana ed europea) e religioni (musulmani, buddhisti, cristiani, induisti e taoisti) sta vivendo finalmente un recente cambiamento di governo dopo 60 anni. La scena dell'arte è sempre stata fitta di performance art con un taglio di forte impegno sociale, non solo nella capitale Kuala Lumpur ma anche nelle altre città, a Petaling Jaya come a George Town. La performance è una delle espressioni artistiche più originali della regione ed è spesso legata all’attivismo politico e sociale, che ha recentemente contribuito a questo cambiamento nella guida politica del paese. Tanti gli artisti che mettono in scena le loro opere da soli o con altri artisti, anche all'estero, se l’argomento è difficilmente proponibile in patria, nelle Fiere e Biennali ma anche vivendo all'estero, come, per esempio, Intan Rafiza, anche curatrice alla National Visual Art Gallery (NVAG) di Kuala Lumpur. Per le celebrazioni per il 60° anniversario della NVAG ha curato la sezione dedicata alla performance art esponendo l'archivio di foto mostrando come la performance è iniziata lì all'inizio del 1970 quando ancora veniva chiamata "piccolo teatro". La rassegna si focalizza su momenti importanti come la mostra Lalang, Warboxes, Killing Tools del 1994, dell'artista Wong Hoy Cheong) in risposta alla legge sulla sicurezza interna (ISA). Denominata Operazione Lalang e compiuta all'inizio del 1987 per la quale 116 attivisti sociali, funzionari sindacali, parlamentari dell'opposizione, leader delle ONG e altri sono stati arrestati e incarcerati ai sensi della legge sulla sicurezza interna, senza ricorso a un processo pubblico. 

L'artista e curatrice Rafiza ha cominciato a fare arte nel 2004, Le sue opere si concentrano su questioni femminili, morali, religiose e sul problema socio-culturale, affronta realtà commerciali quali le gallerie, temi di autocensura in seno alla situazione politica della regione. Recentemente sta sviluppando una serie di performance dal titolo SEMUKA-Face to Face. L'artista stabilisce un dialogo con il pubblico sulla comprensione e il significato della bandiera in contesti e situazioni diversi ma che per gli avvenimenti più recenti della Malesia contemporanea riguardano lo storico cambiamento di governo. Dopo una abluzione rituale il pubblico è invitato a intingere un dito nell’inchiostro per poi intervenire sui pezzi di bandiera con i simboli dei partiti politici malesi che hanno partecipato alle ultime elezioni creando ciascuno una sua propria. Muovendosi poi verso l’esterno brandendo la bandiera la dispone a terra e vi si inginocchia sopra e rovesciando l’acqua delle abluzioni iniziali sulla sua testa e cospargendosi dei petali di fiori in essa contenuti.

Proveniente dal Kosovo, Petrit Halilaj ha fatto un grande intervento di arte pubblica il 7 luglio 2018 presso le rovine della Casa della Cultura di Runik (Kosovo). Il progetto Shkrepëtima prosegue l’indagine dell’artista sulle radici storiche della cittadina kosovara dove è cresciuto, riflettendo sul potenziale dell’arte e sul valore della memoria. La performance è il risultato di un’estesa ricerca sulla storia di Runik, dalle sue origini Neolitiche fino al suo passato recente, e intendeva agire come una “scintilla”: in lingua albanese il termine “Shkrepëtima” significa infatti “lampo” e richiama anche l’eredità storica dell’omonima rivista culturale multietnica pubblicata a Runik tra gli anni Settanta e Ottanta dagli insegnanti della scuola, che erano direttamente coinvolti nella programmazione culturale locale. Il luogo che per oltre trent’anni è stato il simbolo dell’identità culturale dei cittadini di Runik era proprio la Casa della Cultura. Risalente all’epoca dell’ex Jugoslavia, l’edificio un tempo ospitava una biblioteca con oltre 7.000 volumi, la struttura era in totale abbandono prima dell’intervento dell’artista che, insieme ad alcuni membri della comunità, lo ha ripulito e messo in sicurezza per ospitare l’evento. Sebbene il destino della Casa della Cultura fosse incerto, in seguito alla performance il Ministero della Cultura ha ordinato l’inserimento dell’edificio nella lista dei beni dichiarati di interesse nazionale, garantendone il futuro restauro. A Torino, alla Fondazione Merz, l’artista ha ricostruito all’interno dello spazio le proporzioni e i volumi dell’edificio della ex Casa della Cultura di Runik utilizzando le scenografie della performance. 

Quanto detto all'inizio vale in particolar modo per Anna Mendieta che si fa acqua, terra, fuoco, si fa natura. È una necessità di ricollegarsi alla terra da cui è stata sradicata, Cuba, ma diventa una discesa agli inferi, un collegarsi con i suoi antenati, un tornare alle radici del suo essere donna. In questo il suo agire si fa politico come nel caso della messicana Teresa Margolles il cui lavoro è un grido di dolore contro le violenze perpetrate nel suo paese sulle donne contro i soprusi dei narcotrafficanti.

In occasione di Miart e Art Week, venerdì 13 aprile l’artista ha presentato una performance tributo a Karla, prostituta transessuale assassinata a Ciudad Juárez (Messico) nel 2016 con protagonista Sonja Victoria Vera Bohórquez, una donna transgender che si prostituisce a Zurigo.

Ci sono poi mostre e Biennali che hanno di per sé una impostazione fortemente politica. Ricordiamo quella di Gwangju, in Corea del Sud, a cura di Massimiliano Gioni. Di tutta la travagliata storia della Corea, stretta tra Cina e Giappone, una fase importante sono stati gli anni Ottanta del Novecento, caratterizzati da frequenti e duri scontri, con molti morti e feriti, contro la dittatura sostenuta dagli USA. Bisognerà attendere il 1992 per le prime elezioni democratiche.

La Biennale di Gwangju fu istituita nel 1995 per ricordare i sanguinosi fatti degli anni Ottanta. Massimiliano Gioni, curatore-creatore dell'ottava edizione della Biennale di Gwangju, usa, come lui stesso afferma nell’introduzione del catalogo, opere d’arte storiche, foto trovate, manufatti artistici, artefatti culturali, a sostegno della sua ricerca sulle 10.000 lives che traggono spunto dal poema epico “Maninbo” dell’autore coreano Ko Un sulle innumerevoli persone incontrate mentre era in prigione per aver partecipato ai fatti degli anni Ottanta. Una delle sezioni a più alto tasso politico, è quella in cui, occupandosi della rappresentazione di eroi e martiri e di come le immagini sono usate per creare miti, troviamo l’opera di Byungsoo Choi che si rifà ai fatti dell’87. L'autore ha ricostruito il carro funebre con sopra l'immagine dello studente Han-yeol Lee. La tela riporta (rimarginati) i tagli fatti dalla polizia per distruggerla.

In una grande sala invece troviamo le 114 sculture a grandezza naturale realizzate nel 1964 da studenti e insegnanti del Sichuan Fine Art Institute e la "Rent Collection Courtyard" che, rappresentando la disperata condizione di lavoro di contadini e lavoratori che porta alla rivolta, furono assunte dalla moglie di Mao a simbolo di un'arte impegnata, riprodotte, e esposte in tutta la Cina. Infine non mancano lavori sulla morte di Che Guevara, sulla perdita della memoria da parte dei giovani cinesi dei fatti di piazza Tienanmen, fotografie di militanti palestinesi, altre agghiaccianti dei prigionieri cambogiani che venivano fotografati prima di essere uccisi.

Concludo questo sintetico elenco sull’arte impegnata soprattutto fuori dall’Occidente ricordando, per contrasto, due mostre in corso a Los Angeles. La curatrice Helen Molesworth, della mostra, al MOCA “One Day at a Time: Manny Farber and Termite Art“ così si esprime “Come femminista, sono interessata al quotidiano e al transitorio... quotidiano è un gesto femminista... invece di il personale è politico si può dire che il quotidiano è politico". . E anche un'altra mostra al LACMA, Outliers e American Vanguard Art, è un'esaltazione di un'arte naif con una dettagliata e puntigliosa descrizione di interni. Quindi da una parte la società occidentale in cui forse il sogno è chiudersi in casa e descrivere i piccoli gesti della vita di tutti i giorni e dall'altra i Paesi in cui l’arte è ancora molto impegnata contro governi dittatoriali.